Roberto Volpe (Uripa): I 350 infermieri extra Ue che lavorano nelle case di riposo del Veneto potranno restare fino a dicembre 2023

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Il Giornale di Vicenza, 6 maggio 2022

«C’è la proroga per i 350 infermieri di nazionalità extra Ue che lavorano nelle Rsa del Veneto. Potranno restare fino a dicembre 2023. Un risultato importante perché ci consente di tirare il fiato nell’immediato e anche di guardare al futuro: con un orizzonte temporale più lungo, diventiamo anche più attrattivi». Roberto Volpe, presidente di Uripa (associazione che riunisce le Rsa del Veneto), riceve la notizia proprio mentre a Venezia, in quinta Commissione sanità, si discute della legge regionale per i cosiddetti Super Oss, o meglio per il corso di formazione per operatori di assistenza sanitaria complementari, o anche “mini infermieri”. Come noto, si tratta di un provvedimento molto contestato che, a detta della Regione, ha lo scopo di riuscire a portare personale nelle case di riposo che stanno soffrendo da tanti anni. Volpe, invitato a palazzo Ferro Fini come portatore di interesse, lo dice chiaro: «Siamo in emergenza da 20 anni: il personale sanitario e sociosanitario ora è ridotto all’osso. Ce ne servono 4mila, ne abbiamo appena 2 mila. Tra questi, appunto, il personale extra Ue che può lavorare nelle Rsa in Italia grazie a precise norme sul riconoscimento delle qualifiche professionali sanitarie. Norme, definite durante la pandemia, che andavano reiterate una seconda volta. E così è stato all’interno della conversione del decreto legge sulla ripartenza dopo il Covid grazie all’emendamento presentato dal deputato veneto della Lega, Giuseppe Paolin». Tornando alle audizioni di ieri in Commissione sanità a Venezia, oltre al parere favorevole di Uripa, sul provvedimento che riguarda il corso per ottenere la nuova qualifica di Oss specializzati (previsti 510 posti. Costo: 700 euro a partecipante che sarà assunto in parte dalle Ulss e in parte dal datore di lavoro o dal singolo) si sono espressi anche i sindacati. Cinzia Bonan di Cisl sanità Veneto e Mario Ragno di Uil sanità, in sintesi, non sono contrari all’idea di uno sbocco in più per la valorizzazione professionale. «Ma è la strada scelta che non ci convince. Nel 2003 – anche allora c’era carenza di personale – la Regione aveva tentato un percorso simile: personale Oss aveva investito soldi di tasca propria e tempo, ma non ne se era fatto niente», ricordano. Il nodo era ed è il riconoscimento nazionale. Ed è questo quello che i sindacati chiedono alla Regione: qualificare una nuova figura, ma inserendola in un contesto normativo nazionale che ne definisca chiaramente compiti e funzioni e che stabilisca un congruo compenso economico. Entro due settimane il provvedimento sarà messo ai voti in Commissione, poi tornerà in Giunta per il via definitivo.

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